Nella giornata di venerdì 10 aprile è stato firmato ufficialmente dal Presidente del Consiglio il DPCM che proroga le misure restrittive fino al 3 maggio 2020.

In attesa di nuovi sviluppi e nuove disposizioni per la tanto sperata “fase 2″, a cui il Governo sta già lavorando, proviamo a fare qualche considerazione sul modo in cui potrà avvenire quella che si prospetta come una lunga e lenta ripresa verso le nostre abitudini di un tempo.

Già, perché se da un lato bisogna cercare di vivere il presente e quindi passare le giornate a casa provando a combattere la noia e a tenersi in forma, dall’altro è bene cominciare a farsi qualche domanda su quello che sarà il futuro.

Il ritorno alla normalità appare molto lontano e il distanziamento sociale, e soprattutto fisico, durerà fino a quando non ci sarà un mezzo efficace per contrastare il coronavirus.

Le parole di Walter Ricciardi, membro dell’esecutivo Oms e consigliere del ministro della Salute, confermano che: “Fino a quando non avremo un farmaco specifico o un vaccino dovremo stare molto attenti. Il distanziamento sociale durerà a lungo”.

Prospetta inoltre uno scenario in cui le regioni del centro-sud potrebbero riaprire prima di quelle del nord in quanto: “Oggi il centro-sud non ha raggiunto i livelli del nord perché abbiamo preso delle decisioni molto dure nel limitare la mobilità”. I provvedimenti sulla mobilità sono, al momento, proprio le chiave principali per arginare e ridurre al minimo i contagi, ma saranno un elemento strategico per la ripresa, soprattutto nelle grandi città.

È lecito dunque chiedersi come sarà questa famosa “fase 2″. Alcune domande sono legate alla possibilità di considerare i mezzi di trasporto individuali, quali biciclette, scooter e monopattini, come una valida soluzione atta a mantenere il distanziamento sociale. Continuando, è giusto capire e immaginare come si dovranno muovere enti pubblici e aziende per incentivare questo nuovo modo di spostarsi, in parte già utilizzato da diversi utenti in ambito urbano.

Gli interrogativi sono ovviamente tanti, ma è giusto provare a proiettarsi in uno scenario che, prima o poi, dovremo affrontare e che vede nella rivoluzione della mobilità il fulcro della questione.

Un Ciclista con mascherina

Il nuovo volto delle città

Al termine del lockdown potremo finalmente ricominciare a uscire, ma la ripartenza sarà comunque caratterizzata dal distanziamento sociale che diventerà, almeno per un po’, parte integrante della nostra vita. Dal punto di vista della mobilità, la vera sfida sarà capire come confrontarsi con questa situazione adottando molto probabilmente misure “drastiche”.

La paura del contagio influenzerà le scelte dei cittadini e gli spostamenti stessi.

Mettendosi nell’ottica di un continuo obbligo di evitare affollamenti, è logico pensare che i gestori di servizi pubblici quali autobus, treni e metro dovranno prevedere delle soluzioni che permettano di mantenere le giuste distanze tra gli utenti.

La disposizione a scacchiera a bordo del mezzo di trasporto può essere considerata opportuna, ma complicata nella sua attuazione. Inoltre, unitamente all’ipotesi di ingressi contingentati sia alle fermate che ai convogli e quindi lunghi tempi di attesa fermi in coda per accedere al servizio, tali prospettive porteranno molte persone a cambiare il proprio modo di muoversi.

In particolare si preferirà optare per soluzioni più comode, almeno apparentemente, come l’utilizzo della propria auto. Il rovescio della medaglia sarà infatti un aumento del traffico: si stima che nella sola Milano il numero di veicoli circolanti avrà un incremento del +300%.

Ad esso seguirà poi un sostanziale peggioramento della qualità dell’aria delle nostre città a causa dello smog che, a detta di alcuni esperti, sarebbe uno dei fattori legati alla diffusione del Covid-19. Notizie scientifiche a parte, un altro problema non trascurabile, anzi molto importante, sarà poi la mancanza di parcheggio. Insomma, per farla breve, possiamo dire che il quadro futuro si presenterà abbastanza “congestionato”.

Il traffico che aumenta sulle strade dopo il coronavirus

La bicicletta: una valida alternativa

In diverse città sparse in giro per il mondo la soluzione perfetta sembra stia arrivando dal mondo dei pedali e delle due ruote. Infatti in Danimarca, in Germania, in Olanda, nel Regno Unito e negli Stati Uniti i vari Ministri dei Trasporti propongono la bicicletta come un mezzo ideale per circolare all’interno delle città. Ovviamente sempre con prudenza e con un occhio di riguardo ai possibili contatti fisici.

Le parole di Chris Boardman, ex ciclista olimpionico e assessore per il “walking and cycling” di Manchester, erano state pronunciate già prima che il coronavirus sconvolgesse la nostra società, ma risultano più che attuali: “Prendi una crisi e probabilmente troverai una soluzione nel ciclismo”.

Già in piena pandemia, quando ancora si poteva uscire con le dovute precauzioni di distanziamento sociale, la metropoli di New York ha visto aumentare del 52% il numero di biciclette circolanti. Sempre negli USA, a Chicago, il bike-sharing è raddoppiato nel mese di marzo. Spostandoci in Europa invece le autorità olandesi e quelle delle città di Dublino e di Londra hanno assistito a un vero e proprio boom del bike-sharing e si sono trovati così ad offrire un aiuto agli svariati rider che si approcciavano a questo “nuovo” modo di muoversi: pedalando.

La bicicletta è infatti un mezzo eco-sostenibile per natura che permette di spostarsi per le città senza entrare a stretto contatto con altre persone e che quindi può essere molto utile anche in situazione di lockdown. Consegna di pasti ai più bisognosi, di spese e di farmaci a domicilio: queste sono solo alcune delle funzioni che si potrebbero assolvere in sella alle biciclette.

Agli scopi più vantaggiosi per le comunità bloccate dal Covid-19 si affiancano anche quelli personali. Pedalare all’aperto è benefico per anima e corpo, stimola il sistema immunitario e “i polmoni di chi pedala sono più robusti”, ricorda Davide Cassani, il CT della Nazionale Italiana di ciclismo. Il sole, o più precisamente la vitamina D, è inoltre un alleato prezioso per combattere la malattia e utilizzare la bicicletta è un buon modo per esporsi al sole, rimanendo comunque in movimento.

Per tale motivo la Germania, attraverso le dichiarazioni del Ministro della Salute Jens Spahn, già prima del lockdown, aveva iniziato a consigliare ai propri cittadini di preferire la bicicletta ai mezzi pubblici.

Non è stata da meno la Danimarca dove il governo ha suggerito alla popolazione di evitare il trasporto pubblico a favore di camminata o bicicletta.

La stessa sindaca di Amsterdam, una città a vocazione ciclistica, ha rilasciato una dichiarazione secondo cui la bici è una «opzione migliore e più salutare del trasporto pubblico urbano». Saltando dall’altra parte dell’oceano stupiscono, per il contesto in cui si vanno ad inserire, le parole rilasciate dalla segreteria del sindaco di Bogotà, una città caotica che combatte da tempo contro il problema dell’inquinamento. Nel comunicato ufficiale si legge: «Come mezzo individuale, la bicicletta rappresenta una delle alternative più igieniche alla prevenzione del virus».

Insomma in tutto il mondo la bicicletta si sta elevando a paladina contro la minaccia del Coronavirus. In Italia invece, come ci stiamo comportando?

La bicicletta in Italia

Nel Bel Paese la situazione è un po’ diversa. Il parere di Confindustria ANCMA (qui potete trovare l’articolo sui dati del mercato 2019) è molto positivo riguardo all’utilizzo di mezzi individuali per la prevenzione del contagio.

Il Governo ha proibito la bicicletta per scopi ludici o per allenamenti, mentre ha consentito l’uso per i motivi indicati nel DPCM. I meccanici e le ciclo-officine che erano rimaste “a piedi” potrebbero riaprire dal 14 di aprile (vi terremo aggiornati sulla situazione), ma la realtà dei fatti è chiara.

In futuro infatti, quando ci lasceremo alle spalle la necessaria “fase 1″ e torneremo a uscire di casa, la bici potrebbe realmente essere un punto chiave per la mobilità urbana. Bisognerà però fare i conti con un Paese, l’Italia, in cui la bicicletta è stata vista finora come un puro e semplice mezzo di allenamento o di svago, non di certo come un mezzo di trasporto per l’intera popolazione.

Negli ultimi anni, complice anche una maggior sensibilità al cambiamento climatico, è comunque cresciuto il numero di persone che hanno deciso di pedalare per andare a lavoro, per svolgere commissioni o per portare i figli a scuola.

Sono però ancora troppe quelle che preferiscono i mezzi pubblici, ma soprattutto l’automobile per muoversi nelle città. Considerando le ripercussioni del Covid-19 sul congestionamento del traffico, a causa di un maggior numero di auto in circolazione e sul distanziamento sociale, complesso da applicare su tram, bus e metro, la popolazione italiana dovrà riscoprire il piacere di pedalare per spostarsi almeno nel contesto urbano. Lo si dovrà fare sia per evitare un ritorno di contagi, sia per ridurre le emissioni di CO2 che potrebbero ritornare ad aumentare al termine del lockdown per i motivi sopra esposti.

Aumento di Vendite delle ebike

Se i cittadini non appaiono troppo pronti per affrontare un simile scenario di mobilità urbana, il mercato italiano delle biciclette può invece dare alla causa un forte contributo. Il boom delle e-bike nel 2019 dimostra quanto il settore dell’elettrico possa porsi come la chiave di volta per rivoluzionare gli spostamenti cittadini.

Tenendo conto che le modalità di sharing saranno sconsigliate – troppe persone utilizzano lo stesso mezzo seppur alternandosi tra loro, diventando così possibile veicolo di trasmissione del virus – i mezzi individuali dovranno fare da traino: tra essi spicca la versatilità delle e-bike.

Si tratta di mezzi costosi, non ci sono dubbi a riguardo. Alcuni incentivi però potrebbero arrivare dalle amministrazioni locali e dal Governo, che ha già messo a disposizione parecchi milioni di euro di bonus grazie al Decreto Clima 2020, per favorire il loro acquisto.

Il vantaggio delle biciclette a pedalata assistita è di essere adatte proprio a tutti, anche a chi non può utilizzare la bici tradizionale per svariati motivi, come età avanzata o stato di salute. L’unità motore infatti permette di ridurre al minimo la fatica, lasciando così a chi siede in sella la possibilità di muoversi in serenità e senza sforzo.

Non bisogna comunque trascurare il ruolo delle biciclette muscolari, degli scooter e dei recenti monopattini elettrici, che trovano terreno fertile soprattutto tra i più giovani. Tutti i mezzi citati sono eco-friendly e perfetti per mantenere la distanza di sicurezza tra gli individui, almeno durante gli spostamenti.

Focalizzando l’attenzione sul mondo del ciclismo, in concomitanza con gli sforzi ad opera di enti pubblici per promuovere l’utilizzo delle biciclette, sarà compito delle aziende produttrici di questi mezzi di valorizzare sempre più le categorie city, urban, trekking ma anche cargo, siano esse muscolari o elettriche.

Il mercato attuale è infatti in grado di fornire tutto ciò di cui necessitiamo al momento.

Le biciclette di oggi permettono di coprire tutte le esigenze degli utenti, grazie ad una ampia gamma di soluzioni offerte, e sono capaci di adattarsi a tutti i portafogli, che potrebbero essere “riempiti” da alcuni bonus mobilità.

L’obbiettivo delle varie aziende è quindi quello di incoraggiare, tramite adeguate tecniche di marketing, i cittadini ad optare per tali modelli di biciclette. Magari dando meno importanza a mountain bike e bici da strada, almeno per questo periodo.

Dello stesso avviso è Matteo Cappè, Direttore Responsabile di Bicilive.it che già nel suo Editoriale di Aprile 2020 uscito qualche giorno fa aveva espresso alcuni pareri riguardanti un nuovo modo di approcciarsi al mercato sia per i negozianti che per le aziende. Intervistato sulla situazione italiana della bicicletta e su una possibile strategia da adottare sia da parte di enti pubblici che aziende del settore, ha commentato che “in Italia manca un’infrastruttura che permetta alla mobilità a pedale di evolversi. Da anni ci lamentiamo dell’inadeguatezza delle nostre città a ospitare i ciclisti, ma sono convinto che non sia solo questo il problema che ha impedito lo sviluppo del commuting nel nostro paese. Viviamo un momento di grande crisi, ma se apriamo gli occhi abbiamo di fronte un’opportunità irripetibile. Da un punto di vista evoluzionistico ci sono le condizioni ideali per far proliferare una nuova mobilità a pedale nelle nostre città”.

La sua opinione sul settore del ciclo mostra quanto “questo settore deve staccarsi dalle dinamiche pre-coronavirus. Serve un contributo anche dagli stessi brand che da anni lamentano che in Italia le bici da città e le trekking non si vendono, che non c’è mercato. Adesso è il momento di supportare questa categoria di biciclette, potrebbero essere necessarie come le mascherine. Sono convinto che per innescare questa rivoluzione della mobilità non sia necessario solo l’intervento del nostro Governo nel costruire piste ciclabili temporanee.”

Aggiunge inoltre la crucialità del ruolo della informazione e della comunicazione soprattutto per “educare le persone e spiegargli il potenziale della bici, fargli capire cosa è una bici trekking elettrica e che è possibile pedalare anche con la pioggia, che ci sono bici progettate anche per trasportare bambini e la spesa”.

Piste ciclabili e ciclopedonali di emergenza

Di questi giorni è la notizia che in alcuni angoli del globo la pandemia del Covid-19 ha dato l’impulso per la realizzazione di piste ciclabili e ciclopedonali di emergenza. Come sempre New York si è dimostrata la prima fautrice della causa, seguita a ruota da Bogotà e anche da località europee come Berlino, Vienna e Budapest.

Sono stati gli episodi del passato a suggerire al mondo la possibilità di dotarsi di reti di emergenza. Ne sono un esempio i recenti terremoti di Tokyo nel 2011, di Città del Messico nel 2017 oppure, scavando negli anni, la crisi petrolifera del 1973, che offrì il pretesto ad una rivoluzione dei trasporti, soprattutto in Olanda dove iniziò una massiccia costruzione di piste ciclabili.

Così, anche nel 2020, sono tante le amministrazioni che vogliono stravolgere le infrastrutture esistenti per fronteggiare la pandemia del Covid-19 che impone alcune regole sociali, come il distanziamento tra gli individui. Per tale motivo si stanno creando dei corridoi di emergenza per favorire la circolazione a piedi o in bici, due modi perfetti per muoversi mantenendo la distanza di sicurezza dagli altri. Ad oggi però non tutti gli Stati sono sulla stessa frequenza.

Per capire se sia giusto o meno “reinventare” le nostre abitudini e il nostro concetto di mobilità nei centri urbani, è opportuno ragionare su alcuni dati: uno spunto interessante sui cui riflettere è legato alla scoperta secondo la quale il Coronavirus colpirebbe un maggior numero di persone nelle zone più inquinate del pianeta. Se è vero quindi che a causa delle misure di contenimento le emissioni di C02 sono diminuite, sarebbe opportuno riuscire a mantenerle entro un certo limite anche quando ricominceremo ad uscire di casa.

Un ciclista che pedala sulla pista ciclabile

La soluzione più logica appare quella di dotarsi di piste ciclabili di emergenza per permettere ai cittadini di muoversi con la bicicletta, evitando così di congestionare le strade di automobili che inevitabilmente verranno preferite al trasporto pubblico. Tutto ciò potrebbe essere visto come un trampolino di lancio verso un futuro più green. Un contrasto concreto al cambiamento climatico che cerchiamo da tempo ma che fino ad oggi non abbiamo mai potuto o voluto mettere in atto.

Per tenere a bada l’elevato numero di utenti che abbandonerà il TPL (trasporto pubblico locale) trovando nell’automobile il mezzo più idoneo per muoversi in sicurezza, sta prendendo piede l’idea di creare delle vie ciclabili sulle strade già esistenti.

Il motivo è da ricercarsi anche nella semplicità e nella economicità di realizzazione: utilizzando coni, transenne o new jersey si può dare vita ad una corsia preferenziale per bici e pedoni in poco tempo e con un costo irrisorio.

La spesa collegata alle problematiche dell’aumento del traffico, dell’inquinamento e quindi del cambiamento climatico, è decisamente più elevata.

Le piste ciclopedonali di emergenza sembrerebbero dunque l’opzione più appropriata e razionale da conseguire. Occorrerà però incentivare questo nuovo tipo di mobilità accessibile a tutti ma fino ad oggi trascurata dai più. Non si parla solamente di bonus in termini di denaro, ma di una vera e propria spinta per invogliare i cittadini a spostarsi usufruendo di biciclette e piste ciclabili.

Dovranno però intervenire le amministrazioni pubbliche e locali per promuovere l’iniziativa e per incoraggiare gli abitanti dei centri urbani verso tale scelta. Lo stesso dovrà fare l’intero mercato di biciclette, scooter e monopattini elettrici che, come già detto in precedenza, è forte di mezzi all’altezza del compito e quindi pronto a fare da traino.

Matteo Cappè sottolinea la propria posizione in merito alla proposta di piste ciclabili e ciclopedonali di emergenza perché: “Se domani dovessero installare delle nuove piste ciclabili, probabilmente a percorrerle non saranno in molti, purtroppo. Le persone che sono state automobilisti per anni dovranno prima acquistarla una bici per andare al lavoro; “i nuovi ciclisti” sono proprio tutte quelle persone che attualmente hanno l’auto parcheggiata e stanno aspettando la fine del lockdown, ma è inimmaginabile che dall’oggi al domani vedremo frotte di ciclisti invadere le nuove piste ciclabili. È necessario un periodo di transizione e di “metamorfosi” da automobilista a ciclista”.

Il problema, secondo Cappè è quindi a monte: “Servono più interventi da differenti fronti: interventi degli enti pubblici sulle infrastrutture urbane, incentivi, comunicazione e informazione sui media non solo specializzati e consapevolezza del settore ciclo sull’enorme opportunità di sviluppo delle categorie di bici urbane. Sono convinto che le aziende del settore potrebbero contribuire sensibilmente sulla rivoluzione della mobilità urbana a pedale”.

Per concludere…

Lo scenario che si prospetta per l’immediato futuro è ovviamente un’incognita per tutti. La proposta di rivoluzionare il nostro modo di concepire la mobilità può essere azzeccata, ma solo se compiuta con adeguatezza. Gli strumenti a disposizione per favorire quella che potrebbe essere chiamata una mobilità 2.0 ci sono e sono svariati. Le proposte pure.

Si dovrà però capire se il Ministero dei Trasporti in primis ma anche le amministrazioni locali e le aziende del settore, saranno capaci di invogliare i cittadini a cambiare il loro modo di approcciarsi agli spostamenti. Ma soprattutto dovremo capire noi che, anche in questo caso, possiamo agire in prima persona per salvaguardare noi stessi, chi ci sta attorno e l’ambiente. La scelta è più semplice di quanto sembra, basta solo aver voglia di cambiare, in meglio.

A proposito dell'autore

Un ingegnere comasco con il cuore diviso tra mountain bike, che pratica per diletto nel tempo libero, e la corsa su strada, che ama seguire in TV e dal vivo. La passione per la prima nasce per amore della natura, la seconda grazie ad un nonno tifoso sfegatato del Pirata.