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Dal pubblico al privato, dal piccolo comune alla grande metropoli, dalla provincia o regione fino all’Unione Europea: i fronti sui quali si può agire e si sta in effetti agendo per la mobilità sostenibile sono molteplici, e nessuno esclude gli altri.

Ci sembra chiaro che un maggiore impiego della bicicletta, una diffusione sempre più ampia dell’ebike e un insieme di leggi e iniziative volte a potenziare reti ciclabili e servizi si stiano imponendo in molte nazioni. Alle volte con velocità e qualità molto diversi fra loro, vero, ma gli indicatori sono in linea di massima positivi.

Ed ecco due esempi recenti, fra i tanti, uno che riguarda la sfera del privato e dei brand e l’altro che concerne il pubblico e la politica.

Ciclisti a spasso in città

Commuting: l’impegno di Giant, Scott, Specialized e Trek

Il caso in questione è il classico circolo virtuoso nel quale tutti ci guadagnano: una spinta maggiore al cycle to work, ovvero l’impiegare la bicicletta al posto dell’automobile per recarsi quotidianamente sul luogo di lavoro.

Si tratta di un settore nel quale l’Italia è purtroppo ancora indietro nella mobilità sostenibile, sebbene ci siano segnali incoraggiati, e ci sarebbe da prendere esempio dal caso della Gran Bretagna per cercare di replicare determinate meccaniche.

In poche parole: impiegare la due ruote, elettrica o tradizionale che sia, per il commuting significa ridurre le emissioni, decongestionare il traffico, impiegare meno tempo ogni giorno, risparmiare benzina e guadagnarci qualcosina in termini di salute fisica. Niente male, vero?

Però è altrettanto vero che troppo spesso la spesa iniziale di questo miglioramento ricade esclusivamente sul lavoratore, che deve affiancare all’esborso effettuato per l’auto anche quello, nuovo, per la bicicletta. Spesa che, se si cerca una due ruote decente, sappiamo tutti che può essere consistente.

Cosa accade quindi in UK? Succede che alcuni fra i maggiori e più noti marchi del settore, nomi del calibro di Giant, Trek, Scott, Specialized e vari altri, hanno deciso di partecipare a Free2Cycle, un programma che prevede che il lavoratore che decide di impiegare la bici sia aiutato dal datore di lavoro con un contributo.

Ciclista in città in sella a una bici pieghevole

Se a questo contributo si unisce anche uno sconto da parte dei produttori, attraverso una rete di rivenditori che partecipano al programma, ecco che il pendolare ci guadagna, ci guadagna la città a livello di smog e viabilità, ci guadagna il datore perché i suoi impiegati arriveranno di solito prima e occuperanno meno spazio per il parcheggio e, infine, le case produttrici, in un momento non sempre eccezionale per gli affari, saranno riuscite a vendere qualche unità in più.

I dati positivi sembrano evidenti, così come il ragionamento non sembra fare una grinza: speriamo che si diffonda a macchia d’olio ovunque, e se è vero che il grosso dell’impatto spetta ai singoli cittadini, è anche vero che i grossi marchi possono far molto in termini di disponibilità, contatti e pubblicità.

Unione Europea: più parcheggi per le due ruote

Un numero maggiore di biciclette in circolazione, al posto delle automobili, è una cosa buona e giusta, siamo tutti d’accordo.

Ma dove parcheggiarle in sicurezza? Come e dove trovare i posti giusti, così da poter lasciare la propria bici senza timore di furti o danneggiamenti?

Se abbiamo scritto a inizio articolo che i fronti d’azione sono molteplici, ecco che anche l’avere a disposizioni migliori e più estese aree cittadine per il parcheggio è un tassello importante che si incastra nel puzzle.

In questo caso non si tratta di azione da parte dei privati ma di un aspetto politico, nel quale è coinvolta l’Unione Europea.

In una Direttiva di aggiornamento, e quindi possiamo dire in una legge europea, viene consigliato ai vari Stati di pensare più attivamente a varie misure e soluzioni in favore della mobilità alternative.

Fra queste misure c’è anche un vago ma deciso invito o raccomandazione ad aumentare significativamente i parcheggi adibiti alle biciclette nei vari edifici.

Come in molti altri casi gli ostacoli sono purtroppo molti, dalle volontà dei singoli stati, in particolare in un momento nel quale purtroppo l’UE è sempre più spesso percepita in modo aberrante, come un’entità nociva, fino alla vaghezza stessa della Direttiva, che non specifica alcun tipo di dato, indicazione, numero, percentuale, estensione d’area o altro.

Per nostra fortuna parte di questi ostacoli saranno superati dagli sforzi congiunti della varie realtà e associazioni, compresa la “nostra” FIAB, che compongono la European Cycling Federation, cui spetta il compito di interpretare questa direttiva, fornire linee guida e magari anche manuali.

Piccoli e grandi pasi in varie direzioni, come potete vedere: la mobilità sostenibile avanza e conquista territorio, sia fisico che psicologico.

A proposito dell'autore

Grande appassionato di natura, cinema e scrittura, collabora da anni con siti di musica, cinema, spettacolo e informazione occupandosi di varie tematiche. Milano gli ha fatto scoprire il mondo della bicicletta e da allora il suo amore per le due ruote continua a crescere inarrestabile.