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Mentre Londra (e l’Inghilterra) rendono la bicicletta l’oggetto più desiderabile del momento, l’Italia cosa fa?

Londra è una città sconfinata: quasi 14 milioni di abitanti. Si estende a macchia d’olio, da parte a parte. Spostarsi al suo interno significa compiere degli autentici viaggi, qualunque sia il mezzo che si scelga di utilizzare.

Ma Londra è anche una città estremamente trafficata, nonostante la “pollution charge”. E soprattutto è molto pericolosa per i ciclisti: strade a scorrimento veloce, rotatorie improvvise e diversi mezzi pesanti che la attraversano, per non parlare degli autobus a due piani e dei taxi.

Non per niente, proprio da qui partì due anni fa il movimento Cities fit for cycling, lanciato dal quotidiano Times, da cui prese ispirazione in Italia il movimento #salvaciclisti.

Scegliere di andare in bici a Londra comporta una dose di coraggio e di sprezzo del pericolo non da tutti.
Molto maggiore che da noi.

Eppure, a Londra la bicicletta e il muoversi pedalando sono in questo momento la cosa più trendy in assoluto.
Molto più che da noi. Come mai?

Ero stato l’ultima volta due anni fa e già avevo notato l’incremento pauroso del numero dei ciclisti urbani, ma nel giro di due anni, se è possibile, mi è sembrato cresciuto ancora, quasi raddoppiato. Impressionante.

Ma la cosa che più mi ha colpito è il livello medio dei ciclisti londinesi: chi pedala qui usa in maniera molto diffusa biciclette da corsa con cambio e ruote con copertoncino da 23 e, se non sono bici da corsa, sono comunque tenute molto in ordine con manutenzione regolare. Si vede chiaramente.

ciclisti per le strade di Londra

Spesso si tratta di specialissime di brand di tutto rispetto: che dai noi al massimo possiamo vedere lungo le strade di campagna e solo la domenica portate da qualche appassionato settantenne. 
Mi è capitato di voltarmi a qualche incrocio di Camden per vedere sfrecciare Specialized, Canyon, persino delle Pinarello in mezzo al traffico, tra un taxi e un bus.

Qualcosa di impensabile qui da noi.

Non solo, ma chi ci pedalava, filava a medie da granfondista e nella maggior parte dei casi indossava abbigliamento assolutamente tecnico: giacche anti-vento sciancrate e dai colori sgargianti, scarpette con tacchette, caschi aerodinamici, borse e zaini mai visti.

Tutte le bici avevano, rigorosamente, luci posteriore e anteriore accese: qualcosa che qui da noi è ancora difficilissimo vedere in maniera diffusa (nonostante il crescente numero di incidenti, anche mortali NdA).

Eppure questi ciclisti inglesi non stanno andando a scalare lo Stelvio o a fare la Maratona dles Dolomites. No, usano la bicicletta come mezzo di commuting: ovverosia di spostamento casa-lavoro-casa.

In totale molti di loro arrivano a percorrere anche 30 km al giorno in città: arrivano in ufficio vestiti come Cancellara o Sagan, si spogliano delle loro tutine aderenti e delle loro “rain-jacket” all’ultimo grido, si fanno la doccia (sono ormai diffusissimi gli uffici, anche nella city, che offrono la doccia ai propri dipendenti… stendiamo un velo pietoso su quanto accade da noi) si mettono giacca e cravatta e si siedono al pc come niente fosse.

Anzi: come fosse il gesto più cool, naturale e corretto del momento.

Una piazza londinese vista dall'alto

Questo è il punto: pedalare a Londra è il gesto più desiderabile e “aspirazionale” che ci sia.

E se la città non vi basta, nel weekend andate a Richmond Park (periferia West) – con i suoi 10 mila metri quadrati di erba, colline e laghetti, il parco urbano più esteso d’Europa – e contate i ciclisti che lo attraversano, che si allenano facendo le ripetute sulle salitelle collinari, che affittano una bici da Parkcycle, che si fermano al bar, vestiti di tutto punto.

E quando vi capiterà di vedere – a me è capitato – un papà con il figlio, su bici da corsa, che indossa la maglia di Bradley Wiggins anziché quella di Messi, beh allora capirete cosa vuol dire rendere “desiderabile” e bello l’andare in bicicletta.

Un ciclista solitario a fianco di un palazzo nella City londinese

Invitare la gente ad utilizzare la bici è un fine che si persegue passando per diverse strade. Anche queste.
Non basta disincentivare l’uso dell’auto, sensibilizzare all’aspetto sostenibile ed ecologico delle due ruote. Ci vuole anche una leva aspirazionale che sia più invitante e “gratuita”, soprattutto per le generazioni più giovani: andare in bicicletta deve venire percepito non solo come “corretto”, ma anche “bello”.

La bicicletta deve diventare l’accessorio indispensabile. Come il tablet e lo smartphone. Londra e l’Inghilterra, non esattamente la patria del ciclismo, ci sono riuscite. L’Italia, che assieme alla Francia è la patria di questo sport, ce la farà?

A proposito dell'autore

Classe '72, scrittore, giornalista, blogger: le sue "Confessioni di un ciclista pericoloso" sono uno dei blog più letti dai ciclisti milanesi. È stato direttore editoriale di Bike Channel, il primo canale dedicato al ciclismo in onda su Sky ed è autore di 2 libri: "Il carattere del ciclista" (Utet 2016, in uscita nel 2017 anche in Olanda) e "Ma chi te lo fa fare – Sogni e avventure di un ciclista sempre in salita" (Fabbri 2014). Socio di UpCyle, il primo bike cafè restaurant d’Italia, soffre di una dipendenza conclamata per le salite alpine sopra i 2000 metri.